Francesca Commissari, fotoreporter dalla Caracas di Chavez alle serre di Vittoria

Francesca Commissari, fotoreporter emiliana, da ottobre vive a Vittoria, dove segue un lavoro sullo sfruttamento della comunità rumena nelle campagne, ultimo di una lunga serie di progetti fotodocumentari in giro per il mondo.

-Come è arrivata nella provincia di Ragusa e perché ha scelto proprio questo tema?

Dopo tredici anni trascorsi tra Spagna e Sudamerica, ho deciso di tornare a lavorare in Italia. Mi interessava molto il tema dei migranti, così ho fatto delle ricerche e queste mi hanno portato qui.

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-Laureata in filosofia a Bologna, una lunga esperienza in Spagna come fotografa di moda e poi un lungo periodo in Sudamerica inseguendo inchieste per il primo giornale del paese, El Nacional. A soli trentacinque anni. Come si diventa fotoreporter?

Ho sempre avuto la passione per la fotografia, me l’hanno trasmessa mio nonno e mio padre. Dopo la laurea avevo deciso di andare a Siviglia a studiare antropologia ma, in attesa di iniziare i corsi, mi sono presa un anno sabatico a Madrid per studiare fotografia. Lì ho vinto una borsa di studio per seguire un master in reportage e a Siviglia non sono mai arrivata!

-Tuttavia poi ha lavorato in un campo, quello della moda e della pubblicità, completamente diverso, che ha lasciato dopo quattro anni per tornare al reportage. Perché?

È stato un periodo molto divertente ma il campo della moda è vuoto, fine a se stesso, non serve a niente. Io al contrario volevo scoprire e raccontare storie, dare voce a chi non ne aveva. Il Sudamerica mi aveva sempre attratto, così sono partita per quattro mesi per seguire un progetto sugli indigeni della foresta amazzonica. Quando mi hanno clonato la carta di credito e ho perso il passaporto stavo ormai così bene lì che ho deciso di prenderlo come un segno per rimanere. E sono rimasta per tre anni.

-Come è stata accolta dalla comunità indigena? In fondo era la sua prima esperienza sul campo, sapeva come muoversi?

Non lo sapevo! È stata un’esperienza fondamentale perché mi ha permesso di mettere in pratica quello che avevo studiato a Madrid. Ho imparato il lavoro e ho capito che quello che stavo facendo non era solo fotografia ma un lavoro antropologico vero e proprio. Gli indigeni ci hanno accolto benissimo. Col senno del poi devo ammettere che avrei potuto cogliere anche dei risvolti politici e sociali ben precisi ma all’epoca non li ho captati, era il mio inizio, la mia gavetta.

-Poi si sei trasferita a Caracas. Come ha fatto, straniera e agli esordi, a lavorare direttamente con El Nacional?

Ho scelto di spostarmi a Caracas perché volevo che la fotografia diventasse il mio lavoro. All’inizio ho lavorato con una grossa agenzia fotografica che mi ha fatto girare il paese in lungo e in largo seguendo la Caritas. Poi è arrivato El Nacional: in realtà loro stavano cercando un giornalista, uomo ed esperto di sport. Quando sono arrivata però mi hanno presa subito perché avevo qualcosa che nessun altro aveva: non volevo mettere radici da nessuna parte, volevo viaggiare, girare tutto il paese, andando anche in posti dove nessun altro voleva andare.

-In Italia pensa che avrebbe potuto avere la stessa occasione?

In tutta Europa è molto difficile lavorare coi giornali: c’è una tale diffusione di immagini ormai che non ha senso pagare qualcuno che scatti una foto per un articolo. Al contrario, il documentarismo si salva perché racconta una storia, non ne completa una già scritta, è indipendente e questo rende il fotoreporter insostituibile. È anche vero che io sono stata fortunata perché ero a Caracas in un momento storico e politico molto particolare: c’era Chavez, la rivoluzione bolivariana, il paese passava dall’assoggettamento agli USA al socialismo. Ho visto emergere nuove classi sociali, aumentare la diffusione delle armi e quindi della violenza, prima e soprattutto dopo la morte di Chavez. Povertà, delinquenza, bambini che crescono in strada per poi entrare nelle bande che gestiscono lo spaccio di droga e che spesso si scontrano, violentemente, con quelle rivali.

-Tutto questo a Caracas. Nel resto del paese?

Continuavo a girare ovunque, inviata da El Nacional ma spesso omettevo di dirlo perché, forte del mio accento, mi conveniva far credere di lavorare per giornali stranieri, con minore forza mediatica quindi. Ho seguito reportage sulla malaria nelle miniere, sugli appalti cinesi per la costruzione delle ferrovie, lo sfruttamento dei minori nel mondo transessuale. Un po’ di tutto, tranne lo sport!

-Con la morte di Chavez cosa è cambiato?

È stato impressionante: tutto il paese, circa il 70% della popolazione, è sceso in piazza. È stato un evento storico di portata internazionale. La situazione poi però è degenerata: rivolte popolari, molotov, barricate, carri armati e un accanimento molto ostile verso i giornalisti.

SEGUIMIENTO FERETRO PRESIDENCIAL

-A marzo dell’anno scorso è stata arrestata e trattenuta tre giorni. Come è andata e come ne è uscita?

Stavo seguendo una manifestazione e la tensione è aumentata rapidamente, ero troppo vicina alla linea di fuoco tra militari e oppositori e quindi sono finita tra le quarantadue persone che hanno arrestato. Sospetto che sia stato fatto anche un po’ per attirare l’attenzione del mondo su cosa stava capitando in Venezuela. Una ragazza arrestata poco dopo di me era riuscita a nascondere il cellulare e me l’ha prestato. Ho mandato un tweet a un’amica giornalista e da lì i miei colleghi hanno provocato un caos mediatico tale (ero la prima giornalista straniera a essere arrestata) che, grazie anche all’aiuto della Farnesina, ha avuto come risultato il mio rilascio.

-Per questo è tornata in Europa?

No, l’avevo già deciso prima. Sono tornata per motivi economici: se vuoi girare il mondo lo stipendio venezuelano non ti basta, hai bisogno di euro o dollari. Volevo inoltre vedere cosa stava succedendo nelle agenzie europee. Tornata in Italia, ho scoperto la storia dei migranti che mi ha portata qui. Ora sto lavorando sullo sfruttamento della comunità rumena nei campi di Vittoria, quando finirò ripartirò.

-Non ha mai paura?

Paura no. Ammetto di avere una dipendenza da adrenalina ma ho anche imparato la prudenza. Ho paura solo di una cosa: non riuscire a vivere di fotografia, che è l’unica cosa che mi piace fare.

Pubblicato su La Sicilia il 15/6/2015

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