Che svergognata spensieratezza, Fontana Pretoria

Torpore. Palermo. Torpore soporifero come solo l’autunno a giugno sa fare. Uscire è d’obbligo perché insomma, dopo mesi di zone arancianrosse, il torpore si combatte. Il Politeama coi suoi colori pompeiani, i palazzi di via Ruggero VII che ruggiscono passato, il Massimo che, insomma, è massimo mica per caso, i conventi di Via Maqueda, poi giù fino ai Quattro Canti, teatro del sole e dell’opulenza, barocchi e traboccanti di ricchezze tra le pieghe dei loro sipari e poi, così all’improvviso, Fontana Pretoria che…no aspetta, come dire, non c’entra niente. Tutto nel centro di Palermo è sfarzoso, pomposo, la grandiosità si è alimentata nei secoli ma sempre sul filo, anzi il tappeto, rosso del prestigio. Forse però al momento siamo stanchi di proclami, annunci altisonanti, squillo di trombe, rullo di tamburi e voce grossa. 

Dai Quattro Canti basta fare qualche altro passo per trovarsi davanti una gigantesca, pannosa, torta nuziale pluristrato, abitata da tritoni e nereidi, dee e guardiani, animali esotici, tutta farcita di riderecci e goderecci zampilli d’acqua. Fontana Pretoria, che nulla c’entra col resto e tuttavia tutto attrae a sé in un moto vorticoso. Inseguo un tritone.

Precedente ai Quattro Canti e perfino alla via Maqueda, la fontana era stata realizzata nel 1554 da Francesco Camilliani per un giardino nel cuore di Firenze, per l’esattezza alle spalle della Ss. Annunziata. Don Luigi di Toledo, grazie all’intermediazione della sorella Eleonora sposata nientepopodimeno che col granduca Cosimo in persona, aveva convinto le suore a concedergli l’ambito terreno e vi aveva fatto una villa. Dopo pochissimo però, il nostro Luigi ha grosse difficoltà economiche, vuole trasferirsi a Napoli e allora chiede aiuto stavolta al fratello, Don Garcia, che era già stato vicerè in Sicilia e che propone quindi ai suoi contatti palermitani di acquistare la fontana.

Strapagata, bisogna farle spazio a colpi di espropri e demolizioni, proprio lì di fronte al Senato (il cui palazzo era però completamente diverso, come dimostra S. Rosalia in cima, diventata “Santuzza” solo un secolo dopo): fatto sta che, a neanche vent’anni dalla sua realizzazione, viene smontata in ben 644 parti e rimontata nel cuore di Palermo a opera di Camilliani figlio, Camillo (un pensiero a Francesco che poverino deve aver assistito inerme allo smembramento e al trasferimento dall’altra parte d’Italia del suo, scusa Francesco, unico capolavoro). 

Ricordata come “fontana della vergogna”, forse proprio per l’indignazione dei Palermitani davanti a quello che doveva sembrare un enorme spreco di denaro pubblico o, versione più succulenta, per la reazione delle suore di Santa Caterina che affacciandosi dal convento di fronte potevano vedere le nudità delle statue, fatto sta che volente o nolente, Palermo si ritrovò con un pezzo straordinario di manierismo fiorentino trapiantato nel cuore. Come ogni innesto che si rispetti, la simbologia venne adattata e quindi i quattro fiumi rappresentati divennero magicamente l’Oreto, Maredolce, Papireto e Gabriele così come Bacco in cima non ebbe problemi a trasformarsi nel Genio di Palermo. 

Voilà, Palermitanissima se solo non fosse che la fontana nulla c’entra, messa lì tra chiese e palazzi (anche se alcuni avrebbero cambiato aspetto varie volte nel corso dei secoli): lei che era nata per un giardino, un luogo di piaceri, in mezzo alla natura, dove tritoni e nereidi ambivano a lasciare il marmo per scorrazzare tra gli alberi. Ma a volte, si sa, sono i percorsi più tortuosi a farci scoprire meraviglie quindi è senz’altro meritatamente un fiore all’occhiello di Palermo. 

E che fiore! 

La foto l’ho scattata dai tetti del convento di Santa Caterina, di cui magari però parlo un’altra volta. Dubito che le suorine potessero camminare sui tetti come i gatti… però, vergogna o meno, potevano senz’altro godere di una vista niente male eh!

C’è il livello più esterno e basso con delle erme impegnate a sorvegliare: attenti e sospettosi si guardano intorno pur essendo, senza gambe, ben ancorati e bloccati a terra.

Alle loro spalle in effetti si trovano, su cui vigilare, le quattro rampe di scale che portano in cima: sulla balaustra si mettono in posa statue più piccole, ciascuna impegnata col suo da fare, come quel gran burlone di Dioniso con i grappoli d’uva e la maschera ai piedi o sua sorella Artemide che tiene salda per le corna una cerva (non altrettanto saldamente si è tenuta la testa a quanto pare) o quel solido spavaldo di Ercole con la pelle del leone sulle spalle.

Ci sarebbe da perdersi quindi mi fermo. Tra una rampa e l’altra trovano spazio i quattro Fiumi (no, nel caso vi venisse in mente Piazza Navona, Bernini avrebbe scolpito i suoi solo un secolo dopo), distesi e talvolta piuttosto bruschi nel voltarsi, coi ai lati un tritone dalla simpaticona coda a cavalluccio marino e una nereide che di solito lo guarda, indecisa tra il compiaciuto e il perplesso. Infine, i miei preferiti: seminascosta sullo sfondo brilla una collezione di animali più o meno fantastici (ciao unicorno) intenti a schizzare chi osi avvicinarsi loro con freschi zampilli goderecci che sanno di giochi estivi. 

Al centro chiaramente tutta la composizione si conclude con una successione di vasche sovrapposte e in cima il Bacco palermitanizzato in Genio.

La fontana pretoria non si dovrebbe trovare qui, sembra quasi che l’abbiano rinchiusa in una scatola un po’ troppo piccola per lei ma in cinquecento anni si è ambientata benissimo e forse, senza nulla togliere alla magnificenza del resto del centro di Palermo, è lei a dare quel brio che manca altrove. Vasari la definì “una fontana stupenda che non eguali a Firenze o forse in Italia”. Probabilmente neanche più lontano, unica com’è nel godersi la sua unica spensieratezza.

Piazza Pretoria da Palazzo Bonocore

Piccola curiosità fuori tema e fuori tempo: la Fontana Pretoria nasconde, sotto le balze delle sue gonne, uno dei luoghi più incredibili della Palermo sotterranea…

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