Tiramisù, dagli esami di stato

Oggi gioca l’Italia e io, che sono l’anticalcio, ho preparato il tiramisù. Così, perché ero libera e forse anche per alleviare la delusione di quelli che mi hanno incautamente invitata a vedere la partita con loro. Noteranno la mancanza d’entusiasmo mentre gli Azzurri sgambettano sul campo o quando mi spiegheranno, come accade ogni volta, il fuorigioco e io fingerò di aver capito ma sarà chiaro a tutti il contrario. Comunque, mentre ero a frullare, polverizzare, scorporare e accorpare, ho avuto un tuffo al cuore: il tiramisù è la mia madeleine di ricordi dell’università.

Foto: posa Leopardi

All’epoca, in quella casa troppo piccola, eravamo troppi ma stavamo bene: studiavamo, uscivamo, litigavamo, i giorni e gli anni passavano e noi diventavamo adulti. C’era la routine ma soprattutto c’erano dei rituali. Non sono una grande cuoca e non sono neanche troppo golosa ma prima di un esame mi è sempre piaciuto preparare un dolce, livello base: torta di mele d’inverno, tiramisù d’estate. Dopo settimane passate china sui libri in “posa Leopardi”, usare le mani e non la testa mi aiutava a mantenere la calma. E poi, un dolce è sempre una buona idea: se l’esame fosse andato bene, sarebbe stato perfetto per festeggiare, se invece fosse andato male, perfetto per consolare. Un po’ come il vino ma quello lo compri già fatto.

Foto: famosi albumi montati a neve

Penso, con un certo disappunto, a quanto fuorviante sia la definizione “montare a neve ferma” per chi come me di neve poca ne ha vista e toccata anche meno (e in ogni caso non si è certo chiesto la densità dell’esotico materiale da appallottolare). Montare a sabbia asciutta o a sabbia bagnata sarebbe stato più chiaro ma pazienza, ognuno ha i suoi riferimenti. Mentre sono lì a ragionare sulle leggi della fisica, mi si monta un pensiero in testa.

Oggi preparo il tiramisù per la partita ma sono di nuovo in pre-esame. Oggi iniziano gli esami di stato, i miei (ovvero quelli della mia quinta ma io li sento miei tanto quanto) cominceranno tra pochi giorni. In fondo, per te docente, è anche la prova di come hai seminato.

Comincio a ripercorrere quest’anno, un po’ come all’università ripercorrevo il programma d’esame. Le speranze di settembre, quando ci chiedevamo se la quiete che stavamo vivendo fosse quella prima o dopo della tempesta. A fine ottobre quando siamo tornati in DAD e così via fino alla primavera. Ci siamo ritrovati agli scrutini, a chiederci se fosse davvero il caso di bocciare, consci delle conseguenze della pandemia sui ragazzi e sulle loro famiglie ma allo stesso tempo attenti alla meritocrazia, e a fare le dovute differenze. Il messaggio che mandi è importante. Ti chiedi cosa sia la cosa migliore per loro e a volte, quando quello che sarebbe il loro bene in questo momento non è quello che credi sia il loro bene nell’intero percorso scolastico e di vita, risposte certe non ne hai.

Comunque oggi il mio tiramisù è dedicato ai maturandi. Quanto hanno perso questi ragazzi negli ultimi due anni? L’adolescenza è indimenticabile, certo, ma smettiamola di dire che sia tutta rosa e fiori. Ci sono ferite nell’adolescenza che non si rimarginano mai. Però è senz’altro vero che è alle superiori che si delinea la personalità dei nuovi adulti ed è altrettanto vero che i ricordi di quei cinque anni rimangono indelebili. Tutti ricordiamo i professori, nel nostro immaginario ovviamente tutti Matusalemme, abbiamo chiari i rocamboleschi tentativi per copiare (a volte piani criminali definiti con una pianificazione che durava giorni, credo sia stato lì che abbiamo sviluppato veramente il “problem solving”), ricordiamo le prime cotte e i primi amori (eterni, chiaro), ricordiamo ovviamente la gita dell’ultimo anno.

Qualche giorno fa, con delle amiche del liceo, ricordavamo dei momenti straordinari di giugno, quando finiva la scuola, passati nella casa al mare di una di noi, ovviamente senza genitori. Cosa abbiamo rievocato ridacchiando? Quanto ci piacesse passare le serate in terrazza con improbabili spuntini a base di Gocciole, Nutella e succo alla pesca alle 2 di notte, quando tornavamo a casa. Quante risate. Il fascino della libertà, della trasgressione, della spensieratezza. Che tenerezza ci fanno i noi di allora, così acerbi e ingenui e allo stesso tempo così sicuri di aver già capito tutto.

I maturandi di oggi non hanno fatto niente, sono stati davanti al computer. Non si sono riuniti, non si sono baciati, non hanno fatto giri assurdi e studiati pedinamenti solo per vedere lui/lei, non hanno creato il loro album di ricordi del quale tra vent’anni faranno fatica a ricordare i dettagli ma non avranno dubbi sulle sensazioni.

Fior fior di psico-peda- esperti hanno scritto fiumi di inchiostro molto meglio di me su quanto abbiano perso i ragazzi. Io voglio pensare a cosa faranno dopo, a prescindere da come vada l’esame, a come si butteranno alle spalle (loro più di noi, visto che chiudono un capitolo importante, l’infanzia) questi due anni in cui hanno dovuto affrontare cose che nessun’altra generazione ha conosciuto. Voglio pensare a quello che hanno imparato e non mi riferisco alle materie, quanto piuttosto alla correttezza, alla responsabilità e chissà, magari ad apprezzare, più di quanto abbiamo fatto quelli che li hanno preceduti, questo nuovo inizio.

La pagina bianca è tutta vostra, chissà se lo sapete mentre cantate Venditti a squarciagola, esattamente come abbiamo fatto noi. 

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