Villa Virginia scricchiola liberty da ogni foglia

Funghi adibiti a torrette, chiocciole sfruttate come scale, rami intrecciati a creare porte, colate di lava a far da gradini. La natura che si fa architettura e viceversa. È il liberty di Palermo, incantato e imperturbabile, discreto e attento, vivo e scricchiolante. È Villa Virginia.

Palermo dai mille volti, veri verissimi, ma non dalle mille maschere. Palermo che ti colpisce sempre perché quando meno te l’aspetti, tira fuori un nuovo colore con la stessa facilità di un clown con i fazzoletti dal cilindro. Ci sono colori vibranti, pomposi, tetri, teatrali in questo miscuglio di città. Molto spesso ci sono anche i suoni, le urla, i bisbiglii, le trombe e le bande, stavolta gli scricchiolìi. Stavolta c’è la Palermo floreale, quella delle case delle fate e i rifugi delle streghe, dove i rami restano soffocati nel legno e danno vita a mobili, ringhiere e vetrate. É il liberty, quello dei villini silenziosamente eleganti senza essere sobri, talvolta capricciosi, quasi sempre fatati. 

Il quartiere liberty di Palermo è quello sorto sull’asse di Via Libertà a inizio Novecento, come uno strascico dell’Expo 1891 che, trascina trascina, sembra quasi aver perso qualche perla lungo il percorso: la zona dell’avanguardia, il campo di gioco di sua maestà Ernesto Basile ma anche la ferita, mai davvero rimarginata, al massimo goffamente riempita, che il Sacco ha lasciato ai Palermitani. Art nouveau per un quartiere nuovo per un’altrettanto nuova classe sociale, l’alta borghesia che a suon di “piccioli” si faceva largo (letteralmente, in direzione nord-ovest) in mezzo, contro e con la nobile aristocrazia blasonata. I Florio protagonisti ma non da meno le famiglie che frequentavano, con cui intrecciavano affari nonché amicizie e matrimoni.

L’Olivuzza era campagna, la città finiva all’attuale stazione Lolli, e veniva così chiamata per la proprietaria della bettola che lì sorgeva e che a tutti dava ristoro. Questa Oliva doveva essere una donna carismatica e benvoluta se ancora oggi questa parte di Palermo, compresa tra Piazza Principe di Camporeale, via Dante, la Zisa e Corso Finocchiaro Aprile (che si chiamava Corso Olivuzza) la ricorda. Qui trovano posto i Florio ma anche i Whitaker (Joseph, produttore ed esportatore di vino marsala, con lo zio Ingham e Vincenzo Florio) e poi più su, sempre su via Dante,Vincenzo Caruso, amministratore dei beni delle Egadi per conto dei Florio. 

Florio, Florio perno dell’imprenditoria palermitana e il loro villino perno dell’Olivuzza.

Non lontano dal Villino Florio, non a caso, si erge, nascosta dal giardino, Villa Virginia.

Vincenzo Caruso dedica la villa, inaugurata da Filippo La Porta nel 1908, alla moglie Virginia Amoretti: Villa Virginia, splendida nella sua riservatezza su via Dante, rispettata e amata nel suo secolo abbondante di vita, con le sue torrette che svettano su quella Palermo che guarda senza esser vista. Ricca ma mai esagerata, coi suoi interni di legno, la maestosa scalinata che sembra colare giù lenta ma inesorabile come lava, con le vetrate colorate a illuminare senza abbagliare. Villa Virginia sembra viva, scricchiola e reagisce a ogni passo, respira e osserva e chissà quante ne ha viste.

Da quando vide una pittrice giapponese, O’Tama Kiyohara (la cui storia meriterebbe un libro), dipingerle su tela le pareti della sala da pranzo con paesaggi a perdita d’occhio e un doppio “trompe l’oeil” schiacciando l’occhiolino al giardino che sbircia dalle finestre.

Innovativa Villa Virginia, anche nel dedicare una torretta a ciascuno dei suoi abitanti, Vincenzo e Virginia, consentendo loro di dedicarsi alle rispettive passioni, lui alla fotografia (c’è anche una camera oscura a ricordarlo) e lei alla pittura.

Chissà infine quante speranze e quante delusioni questa villa deve aver assorbito nelle pieghe del suo legno: una coppia che aveva usato il melograno come costante elemento decorativo per buon auspicio (fertilità) e che purtroppo rimase senza figli. Come erede fu scelta la nipote di Virginia, Rosa Amoretti, detta “Pupa”, il cui ultimo figlio morì nel 1980. Sarà proprio questo figlio, Giancarlo Valenti, a lasciare la villa in eredità al suo amico Salvatore Orlando con la promessa di passare il testimone alle nipoti, Leila ed Eleonora, attuali proprietarie.

Villa Virginia è una di quelle perle poco conosciute, un po’ per la sua indole riservata, arretrata dalla strada in un quartiere fuori dalle baraonde barocche e turistiche, un po’ perché abitata fino a pochi decenni fa. Ancora oggi rimane non solo l’architettura a renderla “storica” ma la chiara percezione, che si ha visitandola, della storia di una famiglia fatta di dinamiche quotidiane, feste, discussioni e tragedie che sembrano averne impregnato il legno, essere rimaste impigliate tra i rami, acchiocciolate sulle scale. Una casa che respira, respira storia.

La villa è spesso visitabile con la cooperativa Terra d’Amare (da prenotare, costo 10 euro, meritati).

https://www.terradamare.org/visite-villa-virginia-palermo/

Sito della villa: https://www.villavirginiacaruso.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...