Le Baccanti al Teatro greco di Siracusa, nel segno di Dioniso

Ci sono spettacoli terribili e altri terribilmente straordinari. Le Baccanti, che hanno aperto a luglio e chiuderanno stasera questa strana stagione del Teatro greco di Siracusa, appartengono senz’altro al secondo gruppo, quello che ti si attacca addosso a suon di fascino e inquietudine.

Più di due ore e mezza di Euripide, di comiche battute e tragici strazi, di scampoli di tradizione cuciti assieme da una contemporaneità audace e fresca nella sua provocazione.

Quello delle Baccanti è un racconto tragico che parte dalla frustrazione e dall’ira di Dioniso contro Tebe, colpevole di non riconoscerne l’origine divina e quindi i dovuti sacrifici, pur essendo la città della madre Semele, amante del padre dell’Olimpo. Il dio del vino, interpretato da una straordinaria Lucia Lavia, agile e spiritoso fanciullo che prende in giro il povero re Penteo, unisce le note infantili e frizzantine del dio dell’ebrezza a quelle vendicative e funeste dell’oltraggiato figlio di Zeus.

Le poche figure maschili, oltre al sempliciotto Penteo, si riducono a Cadmo e Tiresia, impotenti davanti a ciò che sta accadendo davanti ai propri occhi: Dioniso ha preso le donne, le ha fatte impazzire sul monte Citerone, le ha lasciate libere ed ebbre. Ha provocato quella rivoluzione che porterà appunto alla tragedia.

Il pubblico non può che rimanere sconvolto quando il sapiente uso delle luci rivela questa schiera di Baccanti che dalla cima del siracusano colle Temenite alle sue spalle si slancia verso il palco, a ritmo di tamburi e tamburelli, urla e canti. 

Dioniso, dio dell’ebbrezza, della trasgressione, del vino, dell’eccesso ma anche del teatro. Protettore e incitatore di ciò che è dentro ognuno di noi, quell’insieme oscuro di desideri e misteri normalmente celato e che con Freud avrà finalmente un nome. Quella parte sconosciuta che abbiamo dentro è la stessa che ci mette in contatto con dio, a prescindere da come lo si chiami questo dio, così spiega nel brevissimo stralcio di intervista (in spagnolo comprensibile, la metto giù) il regista Carlus Padrissa, tra i fondatori di una delle compagnie teatrali più all’avanguardia d’Europa, la catalana La fura dels Baus. 

La tensione scandita a colpi di tamburo cresce facendo prefigurare la violenza imminente, lo spettacolo nella sua sapiente alternanza di musica, teatro, circo e luci non la fa calare mai e il pubblico resta incollato a seguire, anche quando la tragedia si consuma e Agave, con la testa del figlio in braccio, ancora folle sta per scoprire quanto le costerà la lucidità.

Nella sua apparente essenzialità, pochi sono gli elementi che la compongono, la scenografia svolge un ruolo primario: grazie a una gru, il coro si esibisce prevalentemente in aria, rubando la scena al palco e tenendo tutti col fiato sospeso, imbambolati ad ammirare questi insoliti quanto scenografici fuochi d’artificio di grovigli umani. Manichini (pupi?) enormi, taciturni e indifferenti, come solo gli dei sanno essere, quando vogliono, alle sventure umane: Zeus, padre di Dioniso, assiste inerme allo spettacolo.

Le musiche non si lasciano certo mettere in secondo piano in questa gara a suon di cocktail e stupore: sfoderano ritmi tribali mescolati a suoni street accompagnati da fumogeni rosa e atmosfere punk, uniti alle note lunghe dei canti sacri alternati al rap fino all’omaggio a Franco Battiato.

La contemporaneità è sempre rischiosa, soprattuto in un contesto del genere, un contenitore di migliaia di anni e un tragediografo come Euripide. Raramente accade che questo incrocio tra storia e tradizione sia così convincente ma quando riesce…eh, quando riesce è la fine, non si riesce a pensare ad altro. Euripide e Padrissa scuotono le coscienze, stuzzicano l’interiorità dello spettatore, ora come nel 403 a.C., ti incuriosiscono con le buone, poi ti strattonano e infine ti costringono a lasciar sobbollire quello che hanno destato.

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