Palazzo Valguarnera Gangi: un Gattopardo apparentemente assopito

C’era una volta un regista di nome Visconti che nel 1963 fece ballare un valzer a Claudia Cardinale e Burt Lancaster nel salone degli specchi. C’era stata, una volta, una coppia che nel XVIII secolo aveva deciso di rinnovare il palazzo di città sulla scia di Versailles. C’era una volta, stavolta la volta è oggi, una principessa, proprietaria di un palazzo incredibile nel cuore di una città straordinaria. Palermo, Palazzo Valguarnera Gangi.

Palermo è arabo-normanna, è pomposamente barocca, è caotica, è un miscuglio colorato in cui ogni spezia ha lasciato un aroma ben preciso che si è presto mischiato agli altri. C’è poi una Palermo nascosta, quella dei palazzi privati, silenziosi testimoni della vita che scorre sotto i loro balconi. Palazzo Valguarnera Gangi, coi suoi 8000 mq occupa un intero isolato ma lo fa con discrezione, con facciate sobrie su Piazza Croce dei Vespri, il Teatro Santa Cecilia e Piazza Sant’Anna. Enorme sì e silenziosamente imponente all’esterno ma vero scrigno di gioielli sbrilluccicanti all’interno. Metà Settecento, Pietro di Valguarnera sposa la nipote Marianna (la sordomuta Marianna Ucria di cui Dacia Maraini ci ha restituito il ritratto): da questo matrimonio, oltre ai discendenti, verrà dato in eredità a Palermo il palazzo e a Bagheria la famosa villa (sì, quella di Dolce e Gabbana) oggi di un altro ramo della famiglia, quello degli Alliata.

Il palazzo appartiene alla Principessa Carine Vanni Calvello Mantegna di Gangi: una principessa vera, sì, ma leggendo sue interviste (era fuori sede quando sono andata) non certo una di quelle svenevoli ingenue fuori dal tempo. Il costo del biglietto è oggettivamente elevato ma tutto il ricavato viene reinvestito nella manutenzione e nel restauro, tutto sulle spalle dei proprietari. La principessa si è lamentata in passato di «uno Stato che dissangua, una Regione che ignora, persino il Comune, che rema sempre contro, così come per tutte le dimore storiche della Sicilia» e ha minacciato di venderlo, anzi svenderlo. La cura e l’amore con cui è trattato ogni angolo del palazzo è evidente (ora è in restauro la facciata) e sicuramente è di famiglia: nell’Ottocento il palazzo rischiò di essere confiscato, come altri a Palermo, ma il proprietario dell’epoca, Giuseppe Mantegna, investì tutte le sue fortune, ottenute grazie alle tonnare e alle miniere di zolfo, per salvarlo e preservarlo.

Questo forziere di 8000 mq nel cuore di Palermo, in un quartiere che tante ne ha viste, dalla presenza ebraica alla carneficina dei Vespri, dal Kemonia che scorreva proprio lì ai moti risorgimentali, una zona dove davvero ogni pietra racconta una storia ma anche la Storia, nulla ha da invidiare alle chicche rococò che nel XVIII secolo brillavano in tutta Europa sulla scia di Versailles, il cui gusto nel frattempo arricchiva la borbonica Reggia di Caserta e la sabauda Palazzina di caccia di Stupinigi. L’ultimo colpo di coda del barocco, quello votato alla frivolezza, al gusto del dettaglio raffinato, agli sbrilluccichii, alla musica e alle feste. Visitando il palazzo si percorre la sfilza di anticamere, quella della musica, dei costumi, dei suicidi (niente paura, solo per i soggetti dei quadri alle pareti), fino alla sala da pranzo neoclassica. Da una stanza all’altra quasi bruciano gli occhi, tanto fanno fatica a cogliere tutto e ad abituarsi a questo costante riverbero di luce: ogni angolo accoglie un gioiellino, argenteria, cristalli, porcellane (non a caso nello stesso periodo nascevano le manifatture Ginori e Capodimonte) ma anche tappezzerie, pavimenti a cabochon o con ceramiche di Vietri, vetrinette stracolme e mobili con pietre dure e madreperla.Sobrio no, scintillante tantissimo.

Dopo aver attraversato tutte le sale “en enfilade” e stuzzicato ormai totalmente l’appetito con tutti questi sfiziosi assaggini, ecco i due veri gioielli della corona, il salone del ballo del Gattopardo (nonostante molti siano i palazzi siciliani a vantarsi di averlo ospitato, questo è quello vero) e la cosiddetta “Galleria”. Claudia e Burt non c’erano ma il salone è ammaliante lo stesso: pavimenti di Vietri, specchi a riflettere luci sfavillanti, soffitti affrescati, divanetti che si rialzano per assecondare le ampie gonne delle nobildonne, lampadari imponenti a cui Visconti impose le candele (si narra col tangibile rischio che la cera colasse sui partecipanti al ballo!). Infine, l’ultima sala chiude in bellezza, anzi in magnificenza, la visita. Oltre ai pavimenti, con i due leopardi in realtà delle fatiche d’Ercole ma che tolsero al regista ogni eventuale dubbio, e gli arredi originali alle pareti, lo sguardo è costretto prepotentemente ad alzarsi ad ammirare il lampadario di Murano con i suoi 102 tentacolari bracci e poi la straordinaria volta di Andrea Gigante, una sorta di scenografia a soffitto, teatrale, monumentale, impressionante.

Dopo questa scorpacciata di colori e sfavillii si esce in terrazza, chevelodicoafà, enorme e improvvisamente… la quiete. Qui d’altro canto gli ospiti dovevano rifugiarsi durante i balli a prendere una boccata d’aria, a scambiare due chiacchiere più riservate, a godersi il fresco nelle afose serate estive. Affacciato sulla chiesa di Sant’Anna dal prospetto ondulato come un sipario e con tutta la movida ai suoi piedi, questo palazzo rimane lì, fedele baluardo di un tempo passato e testimone di come la cura dei proprietari e l’amore per questa terra siano un privilegio ma non meno una responsabilità, di tutti.

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