Orestiadi di Gibellina: in alto i calici per ricostruire

Orestiadi è festival, Orestiadi è vino. Orestiadi è un nome intrinsecamente legato a Gibellina, alla forza e all’impegno dell’uomo ma anche alla pazienza e all’accettazione dei tempi e dei modi della natura.

Oreste uccide sua madre Clitemnestra per vendicare suo padre Agamennone, che a sua volta aveva ucciso la figlia Ifigenia. Una vendetta al cubo con una scia di sangue che passa di generazione in generazione, narrata nel ciclo dell’Orestea che si conclude con un regolare, umanissimo, processo terreno a cui partecipano anche gli dei e che si concluderà con l’assoluzione di Oreste. Questa segna la fine del dolore e l’inizio della ricostruzione.

Negli anni Ottanta Gibellina rinasce, superato il decennio di ricostruzione della nuova città, e lo fa con due interventi importanti nel vecchio sito a 11 km di distanza (20 in macchina). Di Gibellina ho scritto qui.

Il primo è l’istituzione del Festival delle Orestiadi, voluto dal sindaco (una sorta di eroe per gli abitanti) della ricostruzione Ludovico Corrao nel 1981, ancora oggi una delle manifestazioni più ricche del panorama siciliano estivo. Il secondo è il Cretto di Burri. Sul Cretto ho scritto qui.

La rassegna internazionale di teatro, musica, arti visive, con spettacoli, concerti e mostre viene ospitate al Baglio Di Stefano, all’interno del Museo delle trame mediterranee (che in realtà poco mi ha convinta) con lo sfondo della “Montagna di sale” di Mimmo Paladino (senz’altro di forte impatto) e segna proprio questa voglia di “rinascita culturale per tutti i popoli minacciati dai sismi della storia e dai non meno potenti terremoti di civiltà operati dalla guerra” come scrivono sul loro sito. Il programma è interessantissimo: https://www.fondazioneorestiadi.it/orestiadi-2022/

A proposito di fermento e bollicine, punta d’eccellenza del territorio è senz’altro la cantina di Tenute Orestiadi. Ludovico Corrao è protagonista anche qua, quando le dà vita nel 2008 col Presidente della Cantina Ermes, cooperativa nata appena dieci anni prima con solo nove soci viticoltori ma divenuta in pochi anni la più grande in Sicilia (espandendosi anche a est con la gestione dell’azienda La Gelsomina a Catania). Tenute Orestiadi sembra davvero un’oasi nel deserto, per come riesce a compensare con uno straordinario fermento l’impressione assopita che dà Gibellina: oltre a dare lavoro a un sacco di giovani del territorio (molto molto bene), organizza numerosissime attività volte a farlo conoscere. Non è proprio un luogo di passaggio, non è semplicissimo da raggiungere quindi ammirevole come dietro una degustazione, si sia costruita una visita della città e una giornata piacevolissima con musica dal vivo, chiacchiere, cibo e vino. Atmosfera molto informale e molto “sincera”, immersi in un territorio spettacolare. Un posto a un’altitudine di 600 metri, su un cucuzzolo di collina che si affaccia sulle coste di due mari: a sud le vigne rosse del Nero d’Avola, a nord quelle bianche del Catarratto. Bianco e rosso si chiamano “Ludovico”, inutile dire a chi siano dedicati, come tutta Gibellina in pratica.

Chicca dell’azienda per gli occhi: il Barriques Museum, nato dalla collaborazione tra Tenute Orestiadi e l’Accademia di Brera, ospita ogni anno le opere di studenti, docenti e artisti e sostiene il restauro di alcuni monumenti disseminati per la città. Una barricaia particolarissima, dove arte e vino si mischiano e sembrano letteralmente contenersi a vicenda.

Chicca dell’azienda per il palato: il Pacenzia, una vendemmia tardiva di Zibibbo davanti al quale neanche il mio, non particolarmente allenato, palato non ha potuto evitare di commuoversi. Uno dei sapori più accoglienti e allo stesso tempo freschi che mi sia capitato di assaggiare. Pacenzia (pazienza): non si potrebbe d’altro canto scegliere nome migliore per l’uva che si fa attendere ma in generale per questo posto, dove è proprio questa virtù, così rara forse per quest’oggi sempre di corsa, ad aver premiato gli sforzi di chi ci ha creduto negli ultimi quarant’anni. La pazienza che ci vuole in ogni ricostruzione, la pazienza che esige l’impegno, la pazienza che si assapora e che rende ogni risultato più dolce. Bravoni.

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